Dostoevskij e il gioco della vita…

“Dappertutto gli uomini non fanno altro che togliersi o vincersi qualcosa a vicenda”.

Il giocatore è un romanzo di Fëdor Dostoevskij pubblicato nel 1866.

Cosa può avere a che fare con la poesia, si potrebbe chiedere qualcuno.

Scritto per necessità (lo scrittore doveva pagare dei debiti di gioco d’azzardo, da cui era dipendente), pressato dagli editori ai quali aveva promesso questo romanzo contemporaneo di Delitto e castigo, Il giocatore è diventato un capolavoro, anche se non tra i più conosciuti, con quella profondità che è propria dei romanzi di Dostoevskij e della letteratura russa dell’Ottocento.

Nel libro viene analizzato il gioco d’azzardo in tutte le sue forme con i diversi tipi di giocatori: dai ricchi nobili europei, ai poveretti che si giocano tutti i loro averi, non dimenticando i ladri tipici dei casinò: l’altezzoso barone tedesco, il ricco gentleman inglese, il francese manipolatore, il polacco politicamente scorretto.

Sprofondare nel circolo infernale del gioco è descritto in maniera mirabile in queste pagine, come lo è la possibile rinascita, intravedendo tra quei gironi infernali, la redenzione.

“Lei vegeta, lei non soltanto ha rinunciato ai suoi interessi personali e a quelli sociali, non soltanto ai suoi doveri di uomo e di cittadino, non soltanto ai suoi amici (eppure ne aveva), non soltanto ha rinunciato a qualsiasi fine nella vita, eccettuato quello di vincere, ma perfino ai suoi ricordi. Io ricordo di averla conosciuta in un momento forte e ardente della sua vita, ma sono convinto che lei adesso ha dimenticato tutte le sue migliori inclinazioni di allora; i suoi sogni di adesso, anche quelli più urgenti ed essenziali, ormai non vanno oltre al pair e impair, rouge, noir, la dozzina di mezzo e così via; ne sono assolutamente convinto!”

Ma è alla fine del romanzo che esce fuori la poetica del grande letterato russo, ovvero il tema del ricordo: perdere i ricordi, ovvero la fine vera della vita.

“Che sono io, adesso? Uno zéro. Che cosa posso essere domani? Domani posso resuscitare dai morti e ricominciare a vivere! Posso trovare l’uomo in me stesso, fino a che non è ancora andato perduto!”

“Domani, domani tutto finirà!”, così le ultime parole del libro, ripetute più volte come un mantra, che sembrano un inno alla disperante vacuità del tempo e di come ogni attimo, che sia di un giocatore di roulette, di chi gioca con la sua vita o di chi sceglie di non scegliere, sia sempre l’unico tempo che abbia e doni ancora un senso in questo mondo di giocatori…